“Dottoressa, ho capito finalmente quello che voleva dirmi sulla fiducia. Qualche giorno fa ho capito davvero cosa significa avere fiducia nel processo”. Queste parole di V. arrivano in una limpida e fredda giornata di Febbraio, e danno una bella spinta alla mia mattina di lavoro. Quante volte ci sentiamo intrappolati in uno stato di confusione, dove non vediamo possibili soluzioni ai nostri problemi e siamo pervasi da dubbi e pensieri negativi che, se non arginati, ci fanno piombare in un vortice di ansia e impotenza. “Quando non sai cosa fare, non fare nulla” avevo detto a V., che se ne era andato via perplesso, ma anche in un certo senso sollevato.
Penso alle mie sedute con i clienti e mi rendo conto di come questo senso di impotenza e confusione che viene condivisa nel lavoro, nel cosiddetto confine di contatto, sia a volte difficile da sbrogliare. Ma in questa difficoltà si nasconde anche la forza e la bellezza del percorso, una bellezza che si concretizza nell’imparare ad affinare la capacità di muoversi con fiducia (prontezza) in un’area dove il tema da condividere, la consapevolezza del vissuto (in altri termini la “figura”) non emerge chiaramente dallo sfondo. E dove, nonostante ciò che “non accade”, io scelgo di rimanere presente: con il corpo, con il respiro, con i sensi e, aggiungo, con il senso di fiducia. Imparare ad Esserci.
A. Canevaro, facendo riferimento ad una riflessione di François Tosquelles sul primo libro della Bibbia, il libro della Genesi, si serve dell’espressione “saper covare il caos”, attribuendo questa condizione e questo sapere anche alle relazioni. Egli ritiene che è proprio il saper attendere che favorisce lo svilupparsi di un calore diffuso e di come questo permetta lo “schiudersi” della situazione: è infatti necessario mantenere e allo stesso tempo possedere quella “leggerezza che non rompe l’uovo, ma che anche fornisce la copertura che permette all’uovo di vivere nel calore.” Quando ci troviamo a vivere una situazione di conflitto, sia essa di natura puramente interna oppure derivata ed indirizzata ad elementi esterni, dobbiamo imparare a produrre un “calore diffuso”, ascoltando ciò che accade senza giudicare, senza per un certo periodo fare nulla per “mettere in ordine”, e lasciare così che la nostra stessa presenza di osservatore permetta lo schiudersi della situazione e il definirsi attraverso il senso che il caos, il disordine, può trovare in se stesso. Nella dimensione interpersonale, e quindi anche nella relazioni, saper covare il caos vuol dire avere la capacità di non imporre la propria azione, ma di saper entrare nell’azione degli altri. Ciò significa anche rinviare la comprensione a un secondo tempo e accettare che, per un periodo non definibile a priori, vi sia una certa incomprensione di ciò che sta accadendo.
Rimanere in uno stato di confusione non è semplice, ma è abbandonandosi a questa incertezza che si fa esperienza di ciò che Fritz Perls chiama il “vuoto fertile”. L’individuo capace di “tollerare” l’esperienza del vuoto fertile, sperimentando fino in fondo la propria confusione e riuscendo ad essere consapevole di tutto ciò che richiama la sua attenzione, arriverà ad un’esperienza di insight, come “un lampo accecante di percezione o comprensione”. Far esperienza del vuoto fertile significa vivere un’esperienza che somiglia ad una sorta di trance, dove però si entra con consapevolezza. Ciò che accade in questo vissuto, afferma ancora Perls, è una vera e propria esperienza schizofrenica in miniatura che non tutti potrebbero tollerare; ma per coloro che invece riescono a rimanere con fiducia nella confusione ne escono assolutamente arricchiti.
“Dottoressa, questa cosa del vuoto fertile non l’ho proprio capita, ma penso che entro la settimana prossima mi sarà più chiara.” Sì, ne sono convinta anche io.